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Cina: il divieto di importazione dei rifiuti trova il mondo impreparato

La Cina chiude le frontiere ai nostri rifiuti lasciando creando il panico nell’intero settore del recupero

Il 18 luglio scorso il Ministero della Protezione Ambientale della Repubblica Popolare Cinese ha scosso il mondo del recupero con l’allarmante decisione di mettere al bando entro la fine dell’anno l’importazione dei rifiuti di carta, plastica, tessuti e residui ferrosi. Secondo il governo cinese la decisione, notificata alla WTO – World Trade Organization,  è scaturita dalla presenza riscontrata nei rifiuti importati dall’estero di elevate quantità di contaminanti pericolosi con rischi per l’ambiente e la salute.

Il primo a rispondere è stato il Bureau of International Recycling, l’organizzazione che sostiene gli interessi dei riciclatori su scala internazionale, chiedendo una proprogra dei termini per le osservazioni, con un commento del direttore generale, Arnaud Brunet di estrema preoccupazione:

Mentre il BIR e i suoi membri sostengono e promuovono norme di alto profilo per l’esportazione di scarti, questo divieto, se attuato, avrà un impatto serio sull’industria globale del riciclo, che negli ultimi 25 anni ha sostenuto la Cina nel suo sviluppo economico e ha soddisfatto le sue necessità di approvvigionamento con le materie prime seconde“.

Il 25 agosto il Presidente  Robin Wiener di ISRI, International Affaire Institute of Scrap Recycling Industries, risponde al Ministero Cinese con delle osservazioni rilevanti:

  • nel 2016 sono stati importati in Cina dagli USA più di 16,2 milioni di tonnellate di rifiuti destinati al riciclo per un valore di 5,2 miliardi di dollari (non conteggiando le importazioni di Hong Kong);
  • i nuovi standard proposti dalla Cina impongono un limite di contaminanti inferiori allo 0,3 %, livello che non può  essere raggiunto né essere verificato con accuratezza.

La SWANA, Solid Waste Association of North America, non ha perso tempo e sta valutando le azioni da compiere nelle proprie filiere di recupero per migliorare la qualità dei rifiuti processati in modo da incontrare le richieste del governo cinese.

Il timore condiviso è che si possa assistere nel brevissimo termine al tracollo di numerose filiere del riciclo, con una perdita stimata di decine di migliaia di posti di lavoro. Con un unico provvedimento la Cina potrebbe mettere in ginocchio il settore del recupero a livello internazionale, andando a modificare in maniera radicale equilibri commerciali e strutturali creati in più di 25 anni. L’altissima concorrenza del mercato odierno richiede una corsa continua all’efficientamento della macchina aziendale: la capacità nella gestione dei rifiuti, ma anche nell’utilizzo di materie prime seconde, rappresenta uno dei punti cardini su cui operare. Risulta evidente che un eventuale tracollo delle filiere del recupero possa avere importanti ripercussioni su tutto il sistema Paese, con un aumento vertiginoso dei costi di gestione dei rifiuti speciali e urbani che si ripercuteranno su cittadini e imprese.

L’Europa, e ancor più l’Italia, sta cogliendo i frutti di una globalizzazione estrema, di una politica imprenditoriale che ha preferito la soluzione più semplice: conferire i propri rifiuti in Paesi terzi non economicamente sviluppati che fossero disposti a gestirli a prezzi vantaggiosi.

Auspichiamo che questo cambiamento possa generare quella spinta necessaria per agevolare le iniziative imprenditoriali nel settore del riciclo, incentivando la creazione di impianti sul territorio nazionale in grado di chiudere il ciclo di vita dei rifiuti  per un’economia circolare reale e autonoma.

 

Allegati:

Notifica Cinese del 18/07/2017

Osservazioni del Bir

Osservazioni di Isri del 25/08/2017

Osservazioni di Swana

 

 

 

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